891 df (2)

Ti scriverò della dimenticanza
che sale al muro mio d’ombra,
del mio cuore morto per metà,
sì,
del mio cuore offeso
da un uomo senza patria

e di una città di vetri e acqua
che mi assomiglia,
della stanza che aveva Turner sopra il porto
delle sue marine piene di luce,
di quanto ci siamo dimenticati di noi due la domenica,
della primavera degli anemoni stanchi sotto il mare,
delle navi per l’America e la fame dentro le stive.
Ti scriverò delle luci dell’alba sul fiume,
della città viste dai tram,
dei miei giorni dell’abbandono,
della pioggia che ha solcato i viali delle mie rughe
scavando nella fatica delle mie ore
a servire le case dei padroni,
dei miei occhi di ragazza smemorata ti scriverò
di come vedevano allora l’erba e gli allegri fiori.
Ti scriverò degli anni pieni di paure, degli inganni,
delle barricate e dei pugni in aria
a sventolare la nostra intima ragione di libertà,
degli scioperi degli operai,
dei lunghi corpi di fabbriche vuote,
dei centri sociali e della spaventata scuola Diaz,
di Genova ti racconterò,
di via del Campo e del poeta Fabrizio o caro.
Sì, ti scriverò
anche dei padroni fatti fuori,
delle corde appese, della disperazione dei figli orfani,
della rovina in cui bisogna sempre nuotare
per non annegare,
dei soldi sporchi,
delle ragazze violentate
su treni addormentati dalla morfina.
Ti scriverò di come mia madre rivoltava la terra
e delle sue mani di salvia e menta,
della sua cucina nuda come un grano d’uva
e del vino buono che mio padre teneva per Natale.
Della resistenza che hanno le nuvole
nei cieli partigiani ti scriverò,
del fiato ubriaco che ha il vento sopra le colline,
di quel Pavese morto giovane
del suo perdono scritto in una camera d’albergo
nel silenzio di una piazza d’agosto.
Ti scriverò del fuoco sotto la montagna,
di Napoli, di Erri, del ragazzino di Montedidio,
e dello stesso sole che c’è nel sud della Spagna,
di quel mio cane buono
morto con la dignità di un uomo,
dei boschi di licheni, della grande neve che ha visto Mario
e di quella maledetta guerra che ha portato via i suoi uomini,
Dei biscotti al pepe e cannella,
del pane povero alle finestre di pioggia di Josef,
di Praga e della rivoluzione,
del mio paese che di nome fa Cavanella ti scriverò,
delle cento stanze che ho arredato nei miei sogni
e dei bambini che avrei voluto
per sentirmi ridere la pelle
e far felice sempre

il figlio mio solo.

 

19-2

Ti scriverò delle sperdute giornate di marzo,
della bocca tua di ciliegia,
dei nostri nomi smarriti sopra un foglio
e del profumo di pane che hanno
i tuoi capelli quando è sera,
e ti scriverò di quanto io ti abbia amato,
delle parole taciute, del tuo mare scuro
che non ho dimenticato.
.

 

 

Lettera all’amore sognato

9 febbraio 2017

119-letter

Ho il cuore freddo di zolla

e un dito di terra per scriverti ancora,

ti scriverò di alberi e rami nudi,

ti scriverò di un giovane fiore che poi muore,

ti scriverò della bellezza che abita il mondo,

del fiume d’acqua profondo,

dei mille catini di novembre,

dei miei anni raccolti insieme all’ombra ti scriverò

delle montagne,

della neve che regala l’inverno più duro,

ti scriverò del mio paese,

delle sere lungo gli argini.

Sì,

ti scriverò una lettera di cielo

con l’alfabeto delle nuvole,

con il fiato delle madri

quando chiamano i figli

sdraiati al sole nelle piazze lontane

attorno ai campanili, alle chiese d’estate.

Ti scriverò delle case orfane e buie,

dei cani abbandonati,

delle cene al tavolo con pane e aria

ché una mela la si fa bastare a noi.

Ti scriverò delle anime volate via

del loro lavoro nelle officine,

nelle fabbriche, nei cantieri di calce e sudore,

dei sacrifici, degli anni,

dei calendari

dove maggio sa di donne

che ridono dentro il mare a piedi nudi.

Ti scriverò dei miei teatri inventati

e dei finti viaggi in una stanza di pioggia,

di Parigi, della Senna e dei battelli

che non ho visto mai,

ti scriverò degli uccelli

dei loro disegni d’ali,

dell’Africa dove danzano le gru

le stelle e la luna blu.

Ti scriverò del figlio mio bello che sa di sud,

dell’orto mio, dei pomodori

e di quella fotografia di mio padre ragazzo.

Ti scriverò di John Berger, di Josef Sudek,

dei poeti Livio Rizzi, Gino Piva e Toni Zamengo,

di tutti i giusti che abitano la terra.

E ti scriverò dei bambini

della loro infanzia rubata,

dei loro giochi innocenti nei vicoli,

ti scriverò delle mie preghiere

dei cento alberi che ho abbracciato,

dei vecchi soli e senza dio

e del perdono, della compassione, della pietà che non abbiamo più,

e non ti scriverò delle mie lacrime di sabbia,

della mia spina dorsale che non mi ama,

del dolore che mi porto dentro

per il mio occhio perduto

e della rabbia

nel non saperti felice mai.

.

(una piccola cosa che è arrivata ieri dopo tanto e troppo tempo:)

Grazie a tutti per l’attenzione

.

Notte senza voce

20 ottobre 2016

cri-rach

Come a queste figlie foglie

io darò il tuo nome un giorno

sapranno di aride memorie

di terre disperse

e di vita breve,

forse

un dio lontano ha impastato

questa terra con noi,

donne di sole,

che vanno pellegrinando

in cerca di care cure

e silenzi per il cuore,

restiamo a guardare tramortite

la bellezza breve delle cose

i fiori di creta

la sabbia del fiume

che ha raccolto una conchiglia

e ce la teniamo in tasca

per non perdere il suono del mare che ci abita.

a Rachele da Cri

Il bosco spa(U)rito

22 maggio 2016

06

Il bosco spa(U)rito

Me ne sto qui in disparte a guardare
il silenzio che arriva
dipanando alberi sottili
incurvati dal troppo dolore
fragile anche il cielo oggi
e il bosco andato via da me
dai miei occhi spauriti
che rivedono storie di mondi altri
qui dove i bambini venivano in colonia
a respirare l’aria buona di Po
e le donne del Delta lavavano lenzuola
di notti d’amore e figli tanti
qui dove la spiaggia
era un lembo di terra e tivarro*
un’isola insana per uomini malati di pellagra
qui dove qualcuno è sparito
e l’hanno poi trovato al mare
assieme ai legni dei monti
regalandogli una croce
qualche volta il confine slavo.

n.a.

Dalle Terre di Mezz(AN)o

A volte ci sono foto che ami fino allo sfinimento
fino a farti partorire o in questo caso abortire parole di dolore
per un luogo che amavi e che ora non esiste più…

Forse negli anni tornerà a sopravvivermi
i nuovi germogli sono già alberi forti
mentre io non sono quasi più…

Questa è una foto che amo
le parole molto di meno…
eLIOT
10.05 ((foto) 22.05 (parole)

A Rachele C. perchè lei sa di tutto questo e altro ancora

*tivarro = fango di Po, buono per farci fischietti ed ocarine

60 m

Maggio
è mese buono con il tempo
e duro con le madri,
sì, le madri che avevano
orecchini di ciliegia per le figlie
marmellate di albicocca
il sorriso ingenuo sulla pelle
le gonne profumate
di pane e ciambelle.

E sale la sera indomita
sulle schiene degli orti,
ché stare lì
vanno via i pensieri per un po’,
quando le parole son erba secca in gola
e vorresti essere ancora nido,
riparo, grondaia
per le donne belle del vento
nel respiro di fiume
che anela
solo mare e fine.

.

.

.

A Teresa…

ma anche a Graziella, a Francesca, alle madri di maggio e non…

A me manca

25 aprile 2016

 

scrivimi

 

Il morire abbracciata con te nei prati,

le lettere mai spedite,

il cortile le stagioni l’erba

quella nuova venuta dalle piogge,

a me manca

la malinconia che ti pervade

come un treno alla stazione,

tu al finestrino che mi parli

e io che non sento

sembri dire ti amo

ma forse è che più non siamo,

dentro quel giornale bagnato

a riparare il mio cappello nuovo

quello preso dal cappellaio matto

in via Rosso Geranio,

dove sopra avevamo la stanza

per tenerci in vita

alla luce di una lampada

che coprivi con il mio foulard,

i tuoi giochi,

le nostre ombre cinesi

su quel muro bianco

che sapeva l’amore,

 

è quello che mi manca

ora che non siamo non siamo non siamo

tutto quello che eravamo.

Giallo

13 aprile 2016

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E mi farò una collana di ranuncoli per te
per avere l’oro della primavera da portare al mio petto

nei giorni nudi in cui ti aspetto

oltre le colline di quel Mario*

che con i suoi piccoli occhi

graffiava la terra

i poeti di strada

i pittori soli

dentro gli anni della neve ai cortili

e bicchieri di vino a scaldare

l’umore del sentire altre ragioni

sui morti della guerra che ci hanno nascosto.

Ho spalle bagnate di pianto

tre lacrime di petalo

la tua bocca posa

il tuo fiato possa

asciugarle

perché tutto questo giallo che s’indora

attorno a noi

possa diventare

sole al mio grembo

di madre e donna,

di quella bambina d’acqua e nebbia

fuggita da nidi lontani,

il paese che benediva i piedi

le rose bianche ai miei fianchi

il vestito dei confetti

e il padre mio

che mi dava il suo braccio

per l’ultimo giro di valzer.

 

scritta oggi, 13.04.2016

*Mario Giacomelli

 

 

Oh, sì

26 marzo 2016

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Oh sì
si svegliano parole
quando è marzo
e le poete cantano le primule
a maggio le rose
e poi van per giardini
a guardar i ragazzi sui prati
mangiar pane e viole
due baci
e tutto si muove
tutto balla nel cuore
extrasistole alle ginocchia
un ramo selvatico sul petto
petali agli occhi
a maniche corte anche il sole,
sì,
vanno le poete scalze
sugli argini a cercar un cielo d’aria
un nido sulle spalle
per la rondine che vien dal mare
la macchina a tracolla
tracolla il dolore
si svendono foglie
inverni scontati
sventolano carezze
il mare si fa bello
e una piccola neve di polline
investe gli anni, lieve
gli occhi affaticati
che ancora voglion guardare
questa nuova primavera
arrivare fino in cima al pioppo che gemma
e gemmano preghiere
e navi tra onde soavi
s’aprono frontiere
i bambini
a respirare
quel che giusto per loro
crescere nel mondo
poter di nuovo giocare.

48 m

Perché sai Alda?
Tu hai conosciuto altri lacci ai polsi,
la memoria di elettrodi
a scaricare temporali sul cuore
ed io non posso che star qui inerme ai tuoi versi,
parlarti con una vuota fotografia
e un ramo selvatico che sale al muro dei tuoi anni.
Con le mani di mio padre
intreccio piccoli doni
in serti di fiori
e inghirlando il tuo capo bello,
i tuoi capelli mori.
Sei la donna primavera
quella che ha voglie d’amore
di anelli e foglie alle dita,
il sentiero di abbracci e rose,
il soffio del vento in gola,
il nodo che sale
ai tuoi seni nudi,
alla bocca bella
di fumo e menta.
Sei la madre dei Navigli,
la ragazza di provincia
che posava scalza d’amore
in una stanza di libri
e poi
odorava tutta
di pioggia e azzurri cieli.

 

a Alda M. nel giorno del suo compleanno

 

.

.

.

La mia Mesopotamia

12 marzo 2016

45

Ti ho visto di spalle
raccogliere la sabbia dei giorni
e il mare era il fiato dove restare,

la primavera mi aveva scritto

una lettera di fiori

con parole di sole e marzo,

cantava la tortora

felice del nido,

e l’aria tutta

si vestiva leggera

adornando le strade.

Io credevo di essere abituata

e invece era ancora stupore,

l’ombra grande della casa,

il verde vivo della scarpata

di canti, uccelli e margherite,

il fiume d’acqua nuova,

la voglia di prendere

due cose

un vino, due pani

e andare a veder

la mia Mesopotamia,

sentirla rifiorire tra le mani

star lì a far l’amore con la terra

fino a sera.

.

(reloded)

.

Le donne di provincia

8 marzo 2016

image

Hanno scarpe comode,
schiene di foglia
e vecchi cinema
al giovedì sera,
mercati e fiori
nel fine mese
una gonna nuova
e una maglietta che sa di rosa,
a volte se ne stanno al balcone
ad asciugare i capelli al sole
e poi partono per il mare
nella bassa stagione.
Quando le incontri
hanno saluti infilati nei cappotti
di voce roca, sigarette e inverno
e ridono senza posa
fino alle ginocchia nude
quando scendono dalla corriera.
La domenica mattina
bar, caffè e giornale
e dal garage una vecchia bici
per trovar la madre
alla stanza triste,
mandarini, carezze e baci
e poi via alla piazza
per sedersi attorno alla fontana
a scartar sogni
sopra una nuvola celestina.
Le donne di provincia
hanno uomini di tramonto
sotto lampioni e pioggia
con in braccio
il vino buono di bottega
per far felice un po’ la magra cena.

auguri alle ragazze del web

A casa di Hilde

24 febbraio 2016

299-la-preghiera

.
C’è un pianoforte russo
posato al muro della musica,
Stravinskij che suona la notte
di neve a San Pietroburgo.

E ci sono amori tra le dita di Hilde,
un uccello di fuoco
sull’albero di ghiaccio
che scioglie il vento di Vera.

Un uomo con il cappello
di luna e muschio
nasconde sotto il mantello
i quaderni rossi di tuo padre.

Oltre il confine degli urogalli,
oltre l’amore di Hilde
c’è un tramonto grande come il cielo
e la frontiera da passare.

Il doganiere fuma una Belamore di contrabbando
lungo il ponte sulla Neva,
a est sale il confine del mare
e Zayachij ha un’isola per Trotskij.

Tra i fiocchi del giardino blu di Hilde
vola la pernice bianca
e Pushkin e donna Natalia
scrivono poesie di nebbia e amore.

La spiaggia gelata del Baltico
è una coperta bianca di delta
venuta con l’aurora dalla steppa,
venuta con il vapore dei treni,

per te che avresti voluto passeggiare
anche solo un giorno con Hilde
lungo la prospettiva Nevskij,
raccogliere sole e neve

in un bicchiere di vodka
per tua madre che aveva freddo
e pregava con un rosario una madonna nera
a portar via la miseria di quella primavera.

Di un amore tenero

15 febbraio 2016

vio 10 cor

Andavo per la strada sopra il vento
con il labbro appeso al ciliegio in fiore,
tu, l’amore tenero
quello che scavava il vuoto la rosa il sasso
e l’argine basso
custodiva il vecchio dolore del fiume,
le case delle madri annegate,
i figli sopra gli alberi a crescere
orfani di pane e dio.
Il contadino nel fango
ginocchia di creta
come vasi di fatica torniti dai campi,
i muscoli di sudore
il grano e le cavallette da scampare via
e campare poi tutti di malavoglia.
Le sere di stoppie bruciate nel fuoco
il tabacco da Stienta
era il sogno del vecchio
l’amore per il vino
la donna dentro il letto
a scaldare il fiore della luna
tra le gambe di dicembre,
le bestemmie e la pancia vuota,
le vacche magre sopra gli argini,
la brina dei pensieri
stesi sul filo del vapore
e almeno una domenica giù al mare
a baciarsi nudi dietro i monti di sale
a sentir cantare le ragazze
dai seni duri d’argento
e chiamarla poi beata e santa
la sabbia sugli inguini.

mani ma mi

my photo

Alfabeto d’inverno

2 febbraio 2016

146-p

Come uccello marino volo
sopra la terra fredda,
gli occhi custoditi dal niente,
aghi di cristallo le ciglia
raccontano inverni impauriti.
L’uomo lontano
ha cavalcato confini di neve,
le parole sue ormai
fogli di brina
sui rami degli addii,
graffi su piccoli laghi di ghiaccio
che pozze di lacrime raccontano
di cigni affamati
e colombe straziate dal lungo viaggio.
La foresta nera cucita
ai polsi della notte
ha nomi che non so pronunciare,
lui ha dimenticato me
e la sua madre lingua,
il codice degli antichi padri
quelli che avevano al collo
l’amore di pane nero,
il cuore buono che non so più.

il dottore mio degli occhi

22 gennaio 2016

139 mm

Il dottore mio degli occhi
per non darmi alcun dolore
oggi parlava così piano
quasi per pudore
Il dottore mio degli occhi
lo ha detto con riguardo
la mia retina è carta velina
l’ala di una farfalla con la brina.
il dottore mio degli occhi
ad aprile mi ha prenotato un posto
all’ospedale sopra il mare
il dottore mio degli occhi
a primavera mi toglierà
quel velo morto senza farmi male,
ma il dottore mio degli occhi
sa che dal mio bulbo
malato di cecità legale
non nasceranno fiori
ma solo povero sale
e miracoli non ne verranno mai
ché neanche S. Lucia
questo mondo storto mi porterà via.
Al dottore mio degli occhi
un giorno ho regalato
un cd di fotografie
e lui mi ha detto
che mi fa l’occhio bello
per fotografare ancora le terre mie.

 

.

 

Pensando alle poesie di Vivian Lamarque
per il suo dottore, analista junghiano,
per lei il signore degli spaventati

 

 

self

image17

E occhi che dormono
nel silenzio dei libri,
ci sono mani che colorano
di cielo tutto il mare
e ci sono uomini salvati
da un amore di vento.
Ci sono donne che aspettano
un treno per Napoli
e bambini che corrono
nei vicoli sudati.
Ci sono vecchi
che tremano nei campi
e mani tese nella notte scura
per speranze rubate alla luce.
Ci sono uomini stanchi
che baciano carte,
il bianco e nero di un vetro di brina sottile
e ci sono piazze adornate
di presepi senza dio
e cortili che gridano
le guerre del giorno.
E poi infine c’erano donne belle
come campagne estive,
con capelli di grano
e pelle di luna,
donne senza paura
che si specchiavano
in fiumi assetati di nebbia
e sapevano di quel cielo
dove stare un giorno tra i poeti
e le madri antiche piene di bene,
come lei la figlia bella
quella venuta
in un giorno di sole lieve,
quella andata via
come carezza di neve.

un pensiero per la Dona.tella, volata via troppo, troppo presto….

Qualcosa di rosso

31 dicembre 2015

169-bb

E poi tu
disegni di rosso il mondo,
metti rose sul mare di dicembre
per intenerire l’inverno
e mangi ciliegie sotto spirito
con baci e bocca senza respiro
e hai vestiti allegri
di garofani che ridono
per sentirti addosso ancora il vento,
il socialismo,
i canti degli operai,
la primavera.
E da bambina
amavi le mani gentili da contadina
di tua madre,
le sue unghie color corallo
a nascondere l’odore della terra.
E giocavi con il suo foulard,
bandiera di sole per i tuoi occhi
nascosta dal mondo
o sulla piazza deserta d’amore,
solo una pietra rossa
là in fondo alla sera

a segnare il cuore.

.

La casa dei gelsi

23 novembre 2015

 

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Le spalle al sole
e gli alberi a guardare il fiume
là stava la casa dei gelsi
e la piccola donna
sapeva leggere le mani dei fiori,
aveva cuore di betulla
e dita esili
come fili d’erba.
Dopo vani viaggi di corriera,
quel giorno tredici
una città morta venne
come sapesse della ragazza,
come sapesse di tutti i ragazzi
rubati alle stagioni.
Nella casa dei gelsi
la piccola donna
pregava la mitezza del tempo
e i suoi piedi volevano andare
dove dormivano le sue ragazze.
Le nuvole erano fazzoletti bianchi
ad asciugare il dolore tutto
dentro il petto
della piccola donna,
laggiù,
in fondo alla campagna,
nella casa gialla
delle more tristi.

ricordando quel giorno

14 novembre 2015

09

TESTIMONIANZA DI P. GIOVANNA MANZOLLI MODONESI
TRATTA DAL SUO LIBRO LA CA’ ROSA

Giovanna ritornò quel terribile giorno di novembre, la sua ca’ rosa l’aspettava, e piazza Cantone era lì, con i suoi abitanti tutti stretti e angosciati dalla piena di Padre Po. Il martedì il mare si quietò, sgombrò gli ingorghi alla foce e cominciò a bersi dalle sette bocche l’acqua dolce del fiume. A monte però troppa acqua continuava a riversarsi e Adda, Oglio, canali e rivoli in piena si precipitarono nel suo alveo per scombinarlo con insistenza, fino a farlo impazzire di rabbia. Il Po smaniava, muggiva, metteva paura. E continuò a franare, a irrompere pazzo verso il mare e nel continuare a crescere ad ingolfarsi fino al ciglio degli argini. All’alba del 14 novembre si notava con angoscia che ogni difesa era impotente a contenere tanta velenosa corrente. Al centro il fiume era stracolmo, faceva groppa, sembrava che l’acqua sorgesse dal letto e frullava con rabbia le rovine che la sua furia scatenava, rapinando tutte le golene ormai sommerse. Non c’era da sperare nulla da quel fiume ormai, ma allo stesso tutti restavano sugli argini e si davano il cambio a riempire i sacchi di sabbia. Altre volte il fiume era stato brutto ma mai così terrificante. La difesa era affidata al vento, al destino, alle risorse, all’improvvisazione dei cittadini. E intanto l’argine del Mezzano, aveva ceduto e tutto era stato invaso e sconvolto. Po grande s’era fatto tutt’uno con Mezzano e Po piccolo, un’estensione paurosa che metteva sgomento, un panorama apocalittico. Dopo le diciassette venne dato l’ordine di sacrificare la piazza per dare respiro all’argine grande che difendeva il resto del paese e tutta la pianura fino al mare. Nella piazza e retro, dai Mezzanotte ai Bubini, abitavano circa cento famiglie. Molti piansero impotenti davanti all’imposto sacrificio, ci si fermò di aggiungere terra fra la casa dei Rulfini e quella di Mario, zio di Giovanna, dove, ai piedi dell’argine, c’erano campi di grano e un grande orto, l’acqua, tracimando da lì, avrebbe fatto molto meno male, si sperava. E fu la tragedia. In non più di 5 minuti, una mostruosa onda limacciosa e sibilante segnò la fine di Piazza cantone. Anche Giovanna faceva la spola per aiutare, l’acqua ormai le mordeva i piedi e assieme a tutti gli altri si ritirarono in una lunga riga, al centro dell’argine fissando quel fiume, non più il loro amato Po, ma liquido mostro sconosciuto pronto a divorare tutti. Nessuna resistenza umana servì perché in poco tempo anche il paese di Giovanna fu sommerso dalla piena. Molti rimasero isolati, arrivarono con fatica i soccorsi quella notte. Giovanna fu fatta salire sulla barca di un suo cugino e si avviarono verso ca’ rosa; entrando nella corte sfiorarono l’arco del pozzo nel giardino, il secchio stava muto e sospeso come le loro vite. La sua casa sembrava una barca di carta, così esile, così fragile in preda a tutta quell’acqua e a quel fango. Improvviso da fuori si alzò un grido:“Gente, gente, il Po cala! Cala!”. Era vero il Po calava e la corrente rifluiva, non andava al mare! Ma a ritroso in modo impressionante, che cosa stava succedendo? Quali paesi ora avrebbe colpito? Si seppe poi che il Po aveva tracimato, scalzando l’argine ad Occhiobello, come era successo al paese di Giovanna. Ora senza barriere avrebbe invaso il Polesine, fino al mare. Era terribile udire quella notte il muggire delle bestie impaurite che annegavano, le stalle erano state sommerse e il fiume si popolò di corpi gonfi e marci. I contadini erano alla disperazione, avevano perso il loro unico sostentamento. Nella fretta spasmodica, di salvare le cose più preziose e più care, molti si ritrovarono con le mani piene di vento. Come la Nora, proprietaria di un grande negozio di generi alimentari, che impaurita teneva gelosamente stretta al petto solo una scatola di stuzzicadenti. Giovanna sfollò a Venezia per un po’ di tempo ma poi ritornò al paese. Ovunque vi era confusione, bivacchi di profughi e una distesa pietosa e desolante di acqua sporca e torbida. Lei si rimboccò le maniche, come tutti gli abitanti delle zone alluvionate, e con fatica e giorni di sudore fece in modo di riportare ca’ rosa ad essere accogliente com’era prima. Per molto tempo un segno rimase tracciato sul muro esterno di ca’ rosa, a ricordare la piena in quella notte spaventosa di novembre.

.

.

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Acqua d’Istanbul

8 novembre 2015

67 ptex

Ho sguardo
d’acqua d’Istanbul,
mani di rondine
sul ramo di stella
a coltivare il mo acro di cielo
e pioppi,
molli di pioggia,
benedicono d’argento il selciato.
Quando la notte mi sveglia
la luna mi parla di un mare lontano,
delle sue piccole luci d’amore tremolanti,
e vedo le case in fondo
poggiate lungo gli argini
dormire in piedi stanche
come vecchi
a ber la vita agra dai pozzi
delle loro paure lontane,
quando l’acqua ruppe
e questa terra diventò un’isola di fango
annegata di morte.

.

A du passi

4 novembre 2015

tema il dolore

Voria vivare a du passi dal mare,
in te ‘na caseta picoina
de vento e sae,
invesse a sò chi
drio morire pian pianin
de nebia e sguasso,
i ossi bagnà
da ‘sto tempo,
sensa soe,
che no me voe ben
e un gropo in goea
che fadigo a mandar zò.
In tel balcon
xè sbocià un grisantemo
par i me morti,
novembre l’è vissin
come ea aqua del sessantasie,
el to compleano.
Quando ca fa scuro
gò ancora paura del canae,
e aeora sero ea porta
par sentire manco fredo
in te ‘sta casa voda
che me giassa ea anema.

A due passi

Vorrei vivere a due passi dal mare,
in una casetta piccolina
di vento e sale,
invece sono qui
e sto morendo pian piano
di nebbia e guazza,
le ossa bagnate
da questo tempo,
senza sole,
che non mi vuole bene
e un groppo in gola
che fatico a mandar giù.
Nel balcone
è sbocciato un crisantemo
per i miei morti,
novembre è vicino
come l’acqua del sessantasei
e il tuo compleanno.
Quando fa buio
ho ancora paura del canale
e allora chiudo la porta
per sentire meno freddo
in questa casa vuota
che mi ghiaccia l’anima.

La vita mi ha portato a vivere due alluvioni, quella del ’66 sulla propria pelle, quella del ’51 invece attraverso i racconti dei polesani.

Ho scritto questa cosa come fossi ritornata per un momento nella mia casa del sole, quella della mia infanzia, come fossi tornata ad abitare tra le pareti fredde di quel tempo, io vecchia e sola, come mia madre, che pianta fiori, che aspetta fioriscano per portarli a mio padre per il suo compleanno, che è il 4 di novembre, giorno in cui ha rotto il canale al mio paese natio, era il 1966, avevo 7 anni e ricordo di essere sfollata per giorni al ristorante degli zii.

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Qualche volta son stata uccello
fuggito dalla pioggia,
ed ho bagnato di canto le mie ali
in una corsa di notte
mentre tremavano ai polsi
le vene mie verdi d’erba e sole,
Andavamo a insegnarci l’amore addosso
sotto il ponte tuo di ragazzo,
là, dove emigravano i miei fianchi,
ninfee bianche di fosso e luna
come in primavera le donne nude di Gauguin.
D’estate stavamo a guardare
le porte vinciane sollevare l’acqua,
il fiume che si portava via il canale,
la vertigine del bacino
misurava il livello del nostro coraggio
e il vecchio ci regalava latte caldo di stalla
a mandare giù la polvere in gola.
La spiaggia inventata alla cava
dove ho sepolto tutti i miei anni,
i baci all’ombra dietro la casa della sarta
che m’insegnò ad imbastire le paure.
Fino a cento contavamo per far tardi,
per non farci trovare dalla vita
battendo tana quando ti vedevo arrivare
sopra quell’argine ferito dai fascisti
ed ogni volta eri la mia guerra vinta,
l’eroe dei vent’anni,
il brivido notturno delle stelle
sopra il mio cielo inventato d’amore,
tu, fatto di grano e libertà.

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Canzone per un’amica

25 ottobre 2015

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E parlavi
delle tue scale da pulire
mentre pensavi ad una fotografia,
alla tua sigaretta di nebbia
fumata lungo il fiume,
a quella volta che una lettera
ci ha regalato l’incontro,
l’attesa di una storia
dei vecchi della tua città
che mi raccontavi mestamente.
Tu,
con i tuoi capelli
di tenerezza infinita addosso
e il bene nascosto per tuo padre.
Mentre i tuoi cani abbaiavano alla luna
tu facevi i conti
delle lezioni ai ragazzi
e poi giù,
giù,
fino in fondo al mare
ad ascoltarti dentro,
in quell’amore infinito per i cieli al tramonto,
distesa al campo delle ombre
o sotto il ciliegio in fiore
a sognare altre vite
forse l’America
o anche un orto dietro casa
per starci a piedi nudi
tutto il giorno.

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a R.

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Ci sono sempre storie belle che vengono dal mare e ogni volta quando torni a casa te le porti dentro per tutta la settimana, fino a quando arriva il giorno che devi raccontarle per forza a qualcuno, magari per farlo felice come sei stata tu scrivendo di quell’uomo che portava pane ai gabbiani.
Era arrivato nel primo pomeriggio, guardava la riva, forse perché un po’ si vergognava o si sentiva imbarazzato con quella sportina gialla piena di pane vecchio.
Ma non c’era nulla di cui vergognarsi, lui dava solo da mangiare ai gabbiani perché i pescatori di domenica non uscivano e tutti i “Jonathan” di quel luogo avevano una fame tremenda.
Lui raccontava che l’inverno scorso, quando c’era stato il fermo pesca, era venuto per ben due mesi tutti i giorni a portare pane e pasta agli amici di piume e libertà.
Se ne stava lì, dopo aver svuotato quella borsa di nylon, soddisfatto del suo dono e nel vedere i bianchi uccelli mangiare con tanta avidità e poi prendere il volo, librarsi nell’aria urlando al vento il loro “grazie” a quell’uomo che aveva tenerezze nel cuore per le piccole creature di cielo e mare.
(dal diario di bordo di eLIOT )

[Porto Garibaldi, addì 1102 erbotto 61:-)

Ogni volta che incontro qualcuno con la fotografia vorrei conoscerlo, parlargli e che mi raccontasse un po’ della sua vita….

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L’estate dei foresti

18 ottobre 2015

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C’erano rose nei vasi di terra,
niente giardino,
nessun cancello,
né chiavi a chiuderci dentro,
solo la piazza
faceva siepe, confine intorno
alla nostra casa di sole,
tappa obbligata
per chi veniva da Torino
Bolzano, Lissone
a passar le ferie,
a far vedere il mare
ai bambini la prima volta.
I foresti non conoscevano i fossi
e insegnavo loro giochi nuovi,
di ciliegia cinque ossi
con un sol tiro lanciati in aria
e poi tutti dentro nella mano
e intanto io
imparavo a parlare italiano.
Si stava di notte
davanti alla chiesa
pregando venisse
dai campi bianchi di luna
un’anguria tonda e matura,
erano i maschi che andavano,
noi le belle innamorate
con bocche di zucchero e stupore
ad aspettar le storie di città,
di fabbriche che fan stanco l’uomo
e figli di operai
belli come Corso Francia,
i Navigli
e tutto il Duomo.

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Sibiu

13 ottobre 2015

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La città ha occhi sui tetti,
palpebre socchiuse che dormono,
come contadine sui treni per Costanza,
e la neve cade sui boschi
delle steppe lontane.
Giù al porto ci sono uomini
che baciano addii
tra una sigaretta
e il vapore delle navi,
donne dal petto d’uccello
aspettano amori e caffè amari
al bar Perla.
Un popolo intero
è partito con valigie di speranza,
due mele di brina nelle tasche,
le case da dimenticare,
l’odore del pane nella zuppa,
i bambini senza residenza alcuna
avevano occhi bui come le notti di paura.
Ora il vento di montagna
sale alla città Alta
e fischia sulla piazza grande
una canzone di nostalgia,
porta voci impastate di Ungheria
e sulle onde del Danubio ballano i nostri cuori,
nella filosofia di un Nero mare
come un tempo Cioran e Simone.

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foto tratta dal web

Se dovessi rinascere

6 ottobre 2015

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Se dovessi rinascere
vorrei essere bella
come un vicolo di Sorrento,
avere perfette forme, lucide,
come il Guggenheim a Bilbao,
fianchi rotondi,
una parentesi aperta ( e una chiusa )
di una formula matematica di Einsten,
tutta curve,
sensuale come le femmine sui divani della Lempicka,
alta e slanciata quanto un grattacielo di Shangai,
i seni piccoli,
due colline toscane dorate dal grano.
Sì, bella da togliere il fiato, una donna antica
piena di storia come l’impero romano
o molto prima la Magna Grecia,
sfrontata come certe ragazze di Napoli,
quelle che ti danno del tu per le strade,
e con le braccia forti
dei formidabili contadini dell’Agro Falerno,
vene sottili, di verde smeraldo come il mare di Siracusa,
un piccola cartina del Rio della Plata
a segnare la geografia delle mie efelidi,
la pelle bianca così com’è l’avorio,
il marmo scavato a Carrara,
il foglio vuoto del poeta,
il fiore della magnolia.
La fronte larga e spaziosa
che ricordi terrazza Mascagni
da starci dentro tutti i pensieri
stravaganti e leggeri.
La bocca rosa disegnata
da Alma-Tadema
e la voce roca di certi attori di cinema
che fumano Galouise,
il parlare ingenuo dei bambini.
Quando mi muovo esser commovente,
intermezzo della Cavalleria rusticana.
E quando nuda
vedermi nello specchio
ninfa del torrente Dargle di Leighton.
Due occhi ambrati come
il più buon vino di Malvasia,
il cuore, un rosso melograno,
rubino il sangue, quello dei puri,
dei vecchi padri persi per il mondo.
Il carattere dolce e mite delle buganvillee,
degli oleandri lungo il mare di Genova,
e la finta pazzia di Camille Claudel,
la poesia di Alda sulle dita,
le unghie color corallo
per sapere di mare
fin nell’oceano del mio midollo,
giù nella gola un fiume per saliva,
la terra nei piedi,
aver l’odore del muschio dopo la pioggia,
fiori di calicanto alle ascelle,
i capelli con il nome dei venti del nord,
la voglia di girare il mondo
come una zingara felice.
Avere almeno un altro fiore
che mi cresca nella pancia,
o un figlio da adottare a primavera,
un amico fidato di nome Claudio Lolli
per ubriacarci di musica e vino assieme
fino a sera,
un uomo lontano che mi scrive lettere dalla Turchia,
felice e triste come l’ultimo amore di Vinicio.
E poi una casa sopra un albero
per guardare il cielo, le stelle di dio
quando viene buio,
quando si parte
o quando si muore qualche volta.

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https://youtu.be/VBr5ZPSPeEY

(la foto sopra: ninfa del torrente Dargle di Frederic Lord Leighton)

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Lawrence Alma Tadema

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Tamara de Lempicka…

Lieve viola

3 ottobre 2015

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Lieve viola del grano d’oro,
luce dei campi,
bevi questo vino tiepido ancora di sole
donna del fiume dolente,

aspra pietra dei Carpazi,
ombra di betulla,
bevi questo vino freddo ancora di cantina
uomo dei deserti antichi
e
cantiamo poi per le strade di Bucarest
la libertà dei balconi, il cielo svuotato dall’impero,
e il mare nero dai nudi pesci
intonerà canti per gli eroi innamorati.

Questa notte le nostre mani ubriache
faranno impietosire persino le insegne notturne,
i semafori sulle strade,
i ragazzi nei bar all’aperto,
le donne dai seni grandi,
e
bagnate di pioggia
le nostre bocche assetate,
scrivono il riassunto delle nostre carezze perdute
sulla pelle delle montagne,
e
volano gli ombrelli in via Cartan,
vele per il viaggio d’acqua e fortuna,
io e te dentro una barca per il mare,
i tuoi capelli nel vento,
le mie dita a contarli
uno ad uno…